Ritorni

“Era appena entrato in azienda, quel rumore di metallo era tornato familiare.
Gli anziani lo guardarono con ammirazione, complici e imploranti, l’aspettavano.
I giovani, mai visto prima d’allora, pensarono subito a qualcuno d’importante, ma continuarono a trafficare.

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Non era così naturalmente. Il telefono, dopo qualche anno, aveva squillato, come una richiesta d’aiuto, senza fronzoli. Non era la prima volta. Gli si chiedeva di tornare, di rimettere a posto quello che altri avevano distrutto, deliberatamente, di ridare fiato e voglia a gente impagabile, dai polmoni anneriti, ma dalle facce serene e pronte a ricominciare.
Vide in un angolo uno sgabello sgangherato, il suo tavolo, ogni volta che entrava a fare il punto con il capo officina. Lo prese, si sedette e ricominciò a parlare, come l’ultima volta, quando aveva preso le difese dei suoi colleghi e poi se n’era andato, suo malgrado.
Le macchine si fermarono.”

(tratto da “Qualcosa che scriverò, forse”)

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