Exportivity. Una sostenibile proposta di Internazionalizzazione “à la carte”.

#Esportare è un’attività per fondisti, richiede disciplina, applicazione, costanza, larghezza d’idee, ma soprattutto un cambio di visuale di tutta l’Impresa, un Viaggio di portata indimenticabile.

E’ importante seguire la giusta direzione ed esser pronti a qualsiasi manovra di adattamento per personalizzare la propria proposta, per renderla autentica, ma compatibile con le esigenze di chi guarda oltre confine.

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Prima di “partire” la #buonaImpresa avrà costruito brave Persone, solo così sarà in grado di offrire buoni prodotti e servizi al mercato domestico come a quello estero.

Esportare è una “scelta”, un modo di fare e divulgare il proprio #saperfare andando a scoprire nuovi modi di espressione dell’Impresa, è un veicolo di #distribuzione di sapienza manageriale, del prodotto, del Paese in cui vivi, che arricchisce Persone e sistemi, processi e stili, aggiunge valore alle relazioni e incrementa le competenze.

Esportare è percorso complesso, richiede un indirizzo chiaro, ma non gigantesco, sostenuto da un modello preciso, condiviso e raggiungibile.

Export is not a journey, is an itinerary.

“I believe that anybody who has to export, and who believes in skills, gets away from fighting about history.” (Stef Wertheimer)

#export #thatsmyjob

La scossa

Al suo arrivo la scossa fu tremenda, indiscreta, quasi strafottente! Senza chiedere permesso entrò a gamba tesa, bloccando tutti i collegamenti.

La mano destra – quella che stava scrivendo – improvvisamente non sapeva più a chi rispondere. Dalla torre di controllo, il #cervello, suggerì un opportuno black-out immediato, anche un po’ violento, con caduta rovinosa “bocca avanti”.

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Il risveglio fu dopo molte ore, un tempo infinito, su una lettiga di pronto soccorso, a sperare che fosse stato solo un sogno, un terribile sogno.

Ma non era così!

Solo una voce, un ricordo. “Non toccate nulla, arriva l’ambulanza!” Poi il silenzio!

Esami, prelievi, TAC, referti, carte, anamnesi e poi ancora l’incertezza di cosa fosse successo. Troppo tempo per un precisino! Alza i tacchi e vattene, esci da questo ospedale e torna a casa! Forse a casa ti diranno #buonecose

“Lei ha quasi 33 anni e una #malformazionecongenita alla testa. Si deve operare. Prima possibile!”

Un tonfo. Una caduta, forse un’altra, virtuale. Poi training autogeno, immediato, necessario.

“Trovàti un neurologo e fatti dire cosa devi fare!”

Ah, ma allora devo fare tutto io! Entra in scena Marco, giovane neurologo. Legge le carte, silenziosamente, calmo risponde: “Confermo. Devi farti operare, prima che puoi. Sei giovane, troppo giovane. Ti do’ un paio di consigli: Parigi, Hôpital de la Pitié-Salpêtrière oppure Milano, il #Besta!”

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Parte l’indagine di marketing. Di web poco davvero allora. Tante telefonate, consigli, anche perdite di tempo, ma il tempo è importante: potrebbe arrivare un’altra scossa!

Poi un’informazione, forse è quella giusta. Allora #destinazioneMilano Lì opera un giovane neurochirurgo marchigiano, di Jesi, Sergio. E’ già famoso. Avrà più o meno 40 anni.

La visita è una passeggiata: sarà come un’appendicite, ma l’attesa sarà lunga!

Gennaio, febbraio, un lungo inverno fino a giugno. Poi, una domenica, una calda domenica di giugno, una telefonata inattesa. Martedì qui, da noi, pronti per l’operazione! Vuoto. Silenzio. Piano lungo, lunghissimo.

Parto, il caldo a Milano è più invadente delle zanzare. Ma non sarà quel giorno, nemmeno quello dopo. Passeranno tanti giorni, 20 più o meno. Esami, prelievi. Il #Besta, una casa!

“E’ giovane! E’ un caso da studiare. Quella “pallina” è vicino all’ #areadiBroca, lui parla tante lingue. Sarà il caso di studiare. Allora approfondiamo.”

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In ambulanza, addirittura in ambulanza, al Centro Studi sull’Afasia, tutto a Milano, il top, con lei, Anna, la più grande, la più severa, la più brava! Verifiche prima, poi ci saranno durante e anche dopo. Per capire, per sapere, di più. Per stare tranquilli.

Passano intanto bimbi, da adorare, cadute, dolori difficili da consolare nel mezzo della calura estiva, esempi di padri e madri che non sanno come fare, ma che hanno una forza da spostare le montagne. Un’altra scuola, di vita.

Seguono lunghe chiacchierate, sulle Marche, su #casanostra e anche sull’operazione, in balcone con Sergio. Racconta tutto, la sua carriera, il suo percorso (ha capito che così starò più sereno!), anche i dettagli, di come sarà, di quello che potrà accadere.

Lui è tranquillo, io sono tranquillo. That’s it!

Poi un giorno, un solo giorno prima, la chiamata. E’ domani!

Domani è subito! Distaccato, freddo, estraniato. Mi tocca. Steso.

“Tranquillo, conta fino a tre, non sentirai nulla! Che il Pentotal sia con te!”

Sono tutti giovani in sala, età media sotto i 40 anni, i migliori, per me.

6 ore, manovre millimetriche. In testa una stazione spaziale. Bisogna centrare il punto, senza toccare il resto. Come rubare qualcosa senza nemmeno sfiorare le fotocellule!

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Dal giorno dopo un mal di testa fortissimo, un ematoma grande quanto un fungo e una minestra che aspetterà qualche ora prima che un cucchiaio gonfio di pianti irrisolti ci cada dentro. La mano funziona, la capoccia pure. Parlo!

Cazzo, parlo!

Ma il drenaggio non va. Torna Sergio. Si tramuta in sarto. Scuce e ricuce, così, su due piedi. E stringe, accidenti se stringe! Diventerò meteoropatico, lo so!

La manutenzione funziona. Il decorso riprende bene.

Asportazione completa in #visionemicroscopica. #Stereotassi. 12 luglio 1991. 25 anni fa. Oggi la racconto tutta. Grazie non sarà mai abbastanza!

Segue. Es folgt. To be continued…